Nel suo discorso pronunciato mercoledì sera, il primo dall’inizio dell’operazione “Epic Fury” contro l’Iran, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha cercato di convincere i cittadini statunitensi sul buon risultato della guerra, affermando che gli Stati Uniti si starebbero avvicinando alla vittoria, ma senza fornire chiarimenti su quando il conflitto – che ha già portato la benzina in USA sopra i 4 dollari al gallone – terminerà.

Trump ha promesso ulteriori due o tre settimane di attacchi “estremamente duri” contro l’Iran. “Porteremo a termine il lavoro, e lo faremo molto velocemente. Ci siamo quasi”, ha affermato, riprendendo in gran parte i contenuti che pubblica quotidianamente sui social media e che rilascia a raffica ai media.

Con il suo indice di gradimento ai minimi storici e gli americani alle prese con le conseguenze dell’impennata dei prezzi del petrolio, Trump ha offerto una spiegazione retroattiva sul perché si sia unito a Israele nell’attacco lanciato il 28 febbraio.

Nel suo discorso di mercoledì, Trump ha affermato che gli Stati Uniti puntano a schiacciare l’esercito iraniano, a porre fine al sostegno dello stato clericale ai gruppi armati regionali e a impedire che l’Iran si doti di una bomba nucleare – una prospettiva che, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) e molti osservatori, non è imminente.

“Sono lieto di annunciare che questi obiettivi strategici fondamentali sono in fase di completamento”, ha dichiarato Trump in un discorso di 19 minuti.

Israele, il primo giorno del conflitto, ha ucciso la guida suprema iraniana al potere dal 1989, l’ayatollah Ali Khamenei, e Trump si è vantato del fatto che “i loro leader – la maggior parte di loro” nella Repubblica islamica sono morti.

Tuttavia, la narrazione di Trump contrasta con la realtà della situazione sul campo. In un mese l’Iran ha risposto con forza prendendo il controllo dello Stretto di Hormuz, la stretta via d’acqua da cui in tempo di pace passa un quinto del petrolio mondiale, ma anche il 21% del gas naturale liquefatto e prodotti fondamentali dall’agricoltura all’high tech come fertilizzanti ed elio.

Nonostante gli Stati Uniti stiano affermando di aver distrutto gran parte dei lanciatori missilistici, Teheran sta attaccando senza sosta Israele e i Paesi del Golfo. Al 31 marzo, l’Iran avrebbe lanciato almeno 5.400 tra missili balistici e droni, il 90% dei quali contro i Paesi del Golfo. Durante le prime quattro settimane di guerra, Israele ha subito circa 450 attacchi missilistici iraniani. Il ritmo degli attacchi è diminuito rapidamente dopo il primo fine settimana, ma non si è mai interrotto del tutto.

Alcuni missili trasportano diverse centinaia di chilogrammi di esplosivo, sufficienti a distruggere un intero edificio. Gli altri, invece, sganciano decine di bombe a grappolo su vaste aree. Arabia Saudita, Giordania, Iraq, Kuwait, Bahrein, Qatar, Oman ed Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno complessivamente segnalato circa 4.900 attacchi iraniani durante le prime quattro settimane. Solo un quinto di questi era costituito da missili: i restanti da droni. I danni sono stati ingenti con diversi centri di produzione petrolifera colpiti e danneggiati gravemente.

 Trump minaccia di intensificare gli attacchi

In queste settimane Trump ha affermato di negoziazioni in corso con Teheran giungendo fino a sostenere la richiesta di un cessate il fuoco da parte iraniana, mentre il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, pur confermando scambi di messaggi direttamente o tramite Paesi della regione, ha escluso l’impegno dell’Iran in negoziati. Mercoledì, Trump ha affermato che il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, un moderato eletto democraticamente e a lungo considerato nell’ombra dell’establishment militare e clericale, stava cercando un cessate il fuoco. Questa affermazione è stata prontamente smentita dal ministero degli Esteri iraniano, che ha anche accusato Washington di avanzare richieste “massimaliste e irrazionali”.

Nel suo discorso di mercoledì sera, Trump ha però nuovamente minacciato che, se l’Iran non raggiungerà un accordo negoziato con lui, gli Stati Uniti “colpiranno ciascuna delle loro centrali elettriche”. Gli attacchi alle infrastrutture energetiche civili sono generalmente considerati illegali secondo il diritto bellico e potrebbero costituire un crimine di guerra. “Nelle prossime due o tre settimane, li riporteremo all’età della pietra, dove è il loro posto”, ha detto Trump.

Vantandosi della potenza militare americana, Trump ha usato una delle sue analogie preferite: “Noi abbiamo tutte le carte in mano. Loro non ne hanno nessuna.” Trump ha rivolto parole concilianti agli alleati arabi del Golfo, affermando che non avrebbe permesso loro di “soffrire o fallire”, nonostante siano già stati colpiti per oltre un mese da rappresaglie iraniane che hanno infranto la loro reputazione di stabilità.

Critiche agli alleati, ma solo accenni vaghi all’uscita dalla NATO

Nonostante avesse iniziato la settimana con una raffica di insulti rivolti agli alleati della NATO e ad altri partner degli Stati Uniti per la loro mancata partecipazione al conflitto, incluse diverse minacce dirette di ritiro dalla NATO, il presidente statunitense ha ricalibrato il suo tono.

Nel suo discorso, il tycoon non ha fatto alcun cenno al ritiro dalla NATO, limitandosi ad affermare che i Paesi che dipendono maggiormente dalle spedizioni globali di petrolio, solitamente trasportate attraverso lo Stretto di Hormuz, dovranno assumere un ruolo guida nella protezione di questa via navigabile strategica una volta terminata la guerra. “I Paesi del mondo che ricevono petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz devono prendersi cura di quel passaggio”, ha detto Trump, invitando a costudirlo, sfruttarlo e proteggerlo.

Trump ha detto che quei Paesi dovrebbero “farsi coraggio con un po’ di ritardo”, ma non ha nominato specifici alleati come aveva fatto in precedenza. “Andate allo stretto e prendetelo», disse. “La parte difficile è fatta, quindi dovrebbe essere facile”.

Per gli americani Trump non ha un piano chiaro

Trump ha pronunciato il suo discorso, mentre si avvicina la soglia dei 60 giorni entro la quale dovrà chiedere l’approvazione del Congresso ai sensi del War Powers Act per continuare qualsiasi operazione militare.

La guerra in Iran ha inoltre portato la fiducia dei cittadini statunitensi a un minimo storico che potrebbe compromettere seriamente la posizione di Trump in vista delle elezioni di medio termine in programma per il prossimo 3 novembre.

Secondo un recente sondaggio CNN condotto da Ssrs, solamente un terzo dell’opinione pubblica americana ritiene che il presidente abbia un piano chiaro per gestire la situazione in Iran. Il sondaggio certifica che la disapprovazione degli americani nei confronti di un’azione militare statunitense in Iran è cresciuta dall’inizio del conflitto. Attualmente, solo il 34% degli americani dichiara di approvare – almeno in parte – la decisione di Washington di intraprendere un’azione militare in Iran, segnando un calo di 7 punti rispetto a un sondaggio CNN condotto subito dopo lo scoppio della guerra.

La disapprovazione è salita al 66%, con una forte opposizione che ha guadagnato 12 punti, attestandosi al 43%. Ben il 71% degli intervistati afferma di opporsi all’autorizzazione da parte del Congresso di uno stanziamento di 200 miliardi di dollari per finanziare ulteriori azioni militari statunitensi in Iran, come proposto dal Pentagono. Mentre il 68% si oppone all’invio di truppe di terra in Iran.

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